domenica 24 luglio 2022

Il ritratto negato (Afterimage / Powidoki, 2016)

Ultimo film del regista cinematografico polacco Andrzej Wajda, che ci ha lasciato tre anni orsono, Il ritratto negato, sceneggiato da Andrzej Mularczyk, pur opera in certo qual senso minore se confrontata a capolavori conclamati della sua filmografia (la mente corre all’ideale trilogia composta da Pokolenie, film d’esordio, 1955, Kanał, 1957, Popiół i diament, 1958), rappresenta comunque ulteriore e vibrante testimonianza di un cinema permeato da un coerente impegno civile e politico, dove, nell’ambito di una messa in scena formalmente ineccepibile, cronaca, dramma e denuncia hanno sempre trovato ampio spazio. Wajda infatti, opponendosi tramite la sua arte al “realismo socialista”, la dottrina ufficiale imposta dal Partito comunista agli artisti, così come altri cineasti formatisi alla Scuola di Cinema di Lodz (Kieslowski e Skolimovski, per esempio), ha reso la propria attività un tutt’uno con la militanza sociale, realizzando un vero e proprio fronte comune volto a sollecitare il ricordo e la memoria di determinati eventi storici perché tutta una serie di orrori, dall’antisemitismo all’assolutismo, non venissero più ripetuti e subiti, tanto dal popolo polacco quanto nell’ambito dell’umanità tutta, ricorrendo anche al simbolismo nel caso della trasposizione di classici letterali e teatrali che presentavano come tema determinati accadimenti del passato (Danton, 1982, ricavato da un dramma della drammaturga polacca Stanislawa Przybyszewska).


Difficile non rinvenire ne Il ritratto negato, oltre agli stilemi descritti, elementi autobiografici nel narrare gli ultimi anni di vita del pittore polacco Wladyslaw Strzemiński (interpretato con superba aderenza da Boguslaw Linda), dal 1948, anno in cui si impone al governo il Partito Operaio Unificato Polacco, al 1952, quando il celebre artista, apportatore, fra l’altro, della teoria unista (in estrema sintesi, la tendenza a stabilire una unità organica di trama, colore e composizione), privo di un braccio ed una gamba (un “ricordo” della partecipazione alla I Guerra Mondiale), troverà la morte fra gli stenti e l’avanzare perentorio della tubercolosi. Opponendosi fin da subito ai diktat del regime, secondo i quali anche gli artieri dovevano conformarsi al realismo, “soddisfacendo le esigenze del popolo all’entusiasmo” piuttosto che sollevare dubbi (emblematica la sequenza in cui l’innalzamento di un vessillo con l’immagine di Stalin va a coprire la finestra dell’appartamento di  Strzemiński, ammantando di rosso le pareti e la tela sulla quale stava dipingendo), il nostro non solo  perderà il posto d’insegnante alla Scuola Nazionale di Belle Arti di Lodz, anche se gli affezionati allievi continueranno a seguirlo andandolo a trovare nella sua abitazione e riportando per iscritto le teorie sulla valenza dell’Arte “nell’imporre i suoi diritti sulla realtà”, ma ben presto si ritroverà nell’impossibilità di svolgere alcun tipo di lavoro, venendo infatti privato della tessera del sindacato di categoria.

Visivamente sobrio ed essenziale, forte di vivide immagini e di pregnanti dialoghi, con un più che valido apporto reso dalla scabra fotografia di Pawel Edelman, contrastante, sempre simbolicamente, con le tonalità proprie dei dipinti di Strzemiński visibili nella Sala Neoplastica prima che questa venga distrutta o mentre scorrono i titoli di coda, attraversato da un motivo sonoro “importante” ma mai invasivo (Andrzej Panufnik),  Il ritratto negato asseconda ritmi ponderati atti alla riflessione, ritraendo, ancora una volta in odor di metafora universale, mantenendosi distante da artifici retorici, una situazione storica reale messa a confronto con la storia personale di un essere umano come tanti che, traendo forza vitale dal credo nella propria arte e nelle modalità elaborate per esternarla, a costo di enormi sacrifici coinvolgenti anche gli affetti familiari (la figlia Nika, ottimamente resa da Bronislawa Zamachowska, attraverso la quale possiamo anche intuire i rapporti del padre con la madre, la scultrice Katarzyna Kobro, che non appare in scena, dall’amore alla separazione), senza lasciarsi “redimere” da alcuna imposizione, subdolamente o palesemente coercitiva; l’affermazione prorompente della propria vitalità umana ed artistica può elevarsi quale estremo grido di una libertà da difendere e preservare ad ogni costo, rendendo l’apparente sconfitta una schiacciante vittoria da tramandare quale opportuno e concreto monito per il futuro: “Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove”. (Umberto Eco, lettera al nipote)

Già pubblicato su Diari di Cineclub n.75- Settembre 2019

A Taxi Driver

Regia di Hun Jang. 2017 con Song Kang-ho, Thomas Kretschmann, Hae-jin Yoo, Jun-yeol Ryu, Park Hyuk-kwon. Cast completo Genere Azione, Drammatico - Corea del sud, 2017, durata 137 minuti

Un incasso straordinario quello di A Taxi Driver, seguito dalla candidatura a rappresentare la Corea del Sud nella selezione delle nomination per l'Oscar al Miglior film in lingua straniera. Un iter in qualche modo pronosticabile, per un film che vanta tutte le qualità care al popolo dei cinefili sudcoreano. Da sempre, infatti, i biopic e le storie scritte per unire una nazione, e riconciliare le ferite lasciate dalle lotte intestine del passato, hanno facile presa sul pubblico. Se a incarnare l'uomo medio catapultato nella violenza della Storia è un attore del calibro e dell'appeal di Song Kang-ho, poi, il successo è garantito. Per la terza volta consecutiva, infatti, è un film con protagonista Song ad essere selezionato come titolo per l'Academy - dopo The Throne nel 2015 e Age of Shadows nel 2016 - purtroppo senza che questo si sia mai concretizzato in un ingresso nella short list. La storia, ispirata a fatti avvenuti realmente nel maggio 1980, è quella di un tassista vedovo, immerso nei debiti e nel traffico di Seoul, che riceve un'offerta esorbitante da un giornalista della Germania Ovest, Jürgen Hinzpeter. Questi intende raggiungere Gwangju, dove gli studenti stanno manifestando contro il regime dittatoriale del generale Chun Doo-hwan, per documentare il tutto e renderlo noto al mondo.

 Il vero tassista, che di cognome fa Kim come il protagonista del film, ha rivelato la propria identità al mondo solo nel settembre 2017, a seguito del successo conseguito dal film di Jang Hoon. Per decenni ha preferito rimanere nell'ombra, in un Paese mai completamente pacificato e riconciliato. Proprio il massacro di Gwangju, con la repressione violenta da parte dell'esercito di una rivolta studentesca, condotta in nome della democrazia, rappresenta una delle pagine più nere della storia recente sudcoreana.

 Il lavoro di Hinzpeter, che aggirò il tentativo del governo di Chun di insabbiare il tutto, scatenò una reazione nell'opinione pubblica tale da spingere gli Stati Uniti a togliere gradualmente il sostegno al regime, agevolando il processo di democratizzazione della Corea del Sud, dopo decenni di pugno di ferro seguiti alla guerra del 1950-1953. Il successo del film - che evita astutamente di affrontare il tema del sostegno statunitense - conferma la volontà di riconciliazione del Paese, tuttora squassato da innumerevoli scandali politici: solo nel marzo 2017, infatti, Park Geun-hye, figlia del dittatore ucciso nel 1979, è stata sospesa a seguito di un impeachment per corruzione, aprendo la strada all'elezione del democratico Moon Jae-in. L'attuale Presidente ha così commentato il successo di A Taxi Driver: "La verità sui fatti di Gwangju non è stata ancora interamente rivelata. È un compito che dobbiamo portare a termine e credo che questo film ci aiuterà a farlo".


"Il film si concentra sull'amicizia che si forma tra un tassista locale e un giornalista straniero, ed è questo appeal popolare ad aver attirato un pubblico così eterogeneo". Parola del critico cinematografico Yoon Sung-eun, che analizza le ragioni del successo di A Taxi Driver. Che è sì un film politico, ma è soprattutto un'opera che parla alla nazione, a chi ha sbagliato o a chi non si è schierato, cercando di calarsi nei panni di un protagonista che scopre di avere una coscienza politica di fronte a una strage insensata, inconcepibile. Per Showbox, una delle maggiori compagnie di produzione e distribuzione sudcoreane, A Taxi Driver è stato un grande successo: l'incasso ammonta a 83 milioni di dollari nella sola Corea del Sud, con una lunga permanenza in vetta al box office del 2017 e 12 milioni di biglietti staccati. L'esposizione in vari festival internazionali ha fatto il resto, con la proiezione in chiusura al 21° Fantasia International Film Festival di Montreal che ha comportato anche il riconoscimento come miglior attore per Song Kang-ho.

 


Song Kang-ho costituisce ormai un simbolo del cinema sudcoreano: una maschera senza eguali, autentico monumento vivente dello Hallyu, l'onda del nuovo cinema coreano che si è abbattuta sul mondo a partire dall'inizio del nuovo millennio. Dopo essere stato un Fantozzi con la passione della lotta (The Foul King), un avvocato che scopre l'impegno politico (The Attorney), un imprenditore assetato di vendetta (Mr. Vendetta) e aver assunto innumerevoli altri volti iconici, Song è ora un umile tassista, vedovo e padre di una ragazzina. Un uomo qualunque, ordinario nei suoi interessi e nel suo approccio alla vita, inizialmente pavido ma poi inaspettatamente protagonista, a cui Song regala sfumature inattese, rendendo credibile la sua mutazione di fronte agli eventi straordinari che lo coinvolgono.


Se Song è una star, il regista Jang Hoon è destinato a diventare presto uno dei cineasti più acclamati del proprio Paese. Assistente alla regia di Kim Ki-duk nei primi anni Zero, quindi regista di una sceneggiatura (Rough Cut) dello stesso, durante l'esilio volontario del regista di Ferro 3 (Kim si vendicherà per il successo di Jang attraverso la rielaborazione di Arirang), Jang ottiene una notorietà che gli vale l'affidamento di sceneggiature dal notevole potenziale. Dapprima Secret Reunion, campione di incassi su due agenti delle opposte Coree obbligati a lavorare insieme su un caso, e in seguito The Front Line, dedicato all'ultima battaglia della Guerra di Corea, tragico e assurdo spargimento di sangue, avvenuto mentre i generali di ambo le parti stavano per firmare l'armistizio che avrebbe segnato la fine delle ostilità.

Quella del tassista è una figura che ha suscitato spesso l'interesse del cinema, che lo ha da sempre rappresentato come un curioso osservatore della realtà. Tanto l'irrequieto Travis Bickle di Robert De Niro, che osserva le stranezze notturne di New York in Taxi Driver, che il sordiano Pietro Marchetti, semplice (e un po' qualunquista) testimone delle contraddizioni italiche ne Il tassinaro, ci restituiscono l'opprimente sensazione che può provare un uomo "invaso" dalle vite di altri uomini, dalle loro ragioni private, spesso alla base di sconsiderati atti pubblici. Nella reazione del tassista c'è quella dell'uomo medio, obbligato a guardare, attraverso un parabrezza, i fatti di un mondo irriducibile alla comprensione. Il Kim di A Taxi Driver, che sembra recare in sé un po' di tutti i tassisti della settima arte che lo hanno preceduto, è il degno erede di una galleria di volti iconici. E i paragoni tra Song e il maestro di trasformismo De Niro, che già oggi sono all'ordine del giorno, non potranno che aumentare.

Da MYmovies


120 BATTITI AL MINUTO

Regia di Robin Campillo. Un film Da vedere 2017 con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud. Cast completo Titolo originale: 120 battements par minute. Genere Drammatico, - Francia, 2017, durata 135 minuti.

All'inizio degli anni Novanta i militanti di Act Up-Paris moltiplicano le azioni e le provocazioni contro l'indifferenza generale. L'indifferenza che circonda l'epidemia e i malati di AIDS. Gay, lesbiche, madri di famiglie si adoperano con dibattiti e azioni creative, non violente ma sempre spettacolari, per informare, prevenire, risvegliare le coscienze, richiamare la società alle proprie responsabilità. In seno all'associazione, creata nel 1989 sul modello di quella americana, Nathan, neofita in cerca di redenzione, incontra e innamora Sean, istrionico attivista e marcatore della progressione del virus. Tra conflitti e strategie da adottare Nathan e Sean vivono forte il tempo che resta.

120 battiti e centotrentacinque minuti è il tempo (e il ritmo) necessario a Robin Campillo per richiamare un'epoca (gli anni Novanta) e fare esistere pienamente un gruppo, gli attivisti di Act Up-Paris accaniti e tenaci a combattere la passività dell'opinione pubblica intorno all'AIDS. Diventare sieropositivi in quegli anni equivaleva a una condanna a morte, a breve o lunga scadenza.

Per questa ragione i protagonisti di 120 battiti al minuto vivono a tutta velocità. Sono giovani, sovente troppo giovani, per la maggior parte omosessuali, e vogliono vivere e fare accelerare la ricerca, scuotere una società paralizzata dai tabù sessuali, prevenire, informare, proteggere chi non sa, fare pubblicità e diffondere l'uso del preservativo. Nathan, Sean, Sophie, Gérémie e compagni non hanno tempo da perdere e allora riversano tutta la loro energia in quella battaglia. La sera poi, vanno a ballare e fanno sesso perché il desiderio e il piacere aiutano a sentirsi vivi, a restare vivi. E una storia d'amore emerge dal gruppo allacciando l'intimità con la politica, il romanzesco con il realismo. Una storia contro il tempo che Campillo prolunga e dilata dentro le fila dell'azione collettiva, alla quale i due amanti aderiscono visceralmente.

Avvitato intorno alla parola politica, il film invita lo spettatore ai dibatti interni dell'associazione e a partecipare alle opposizioni morali e di stile (violenza, spettacolarizzazione, grevità, gaytudine), 120 battiti al minuto lotta, urla, dibatte, lancia gavettoni di vernice rossa sui responsabili dei laboratori farmaceutici che si fanno pregare per rendere pubblico lo stato della ricerca contro il virus. Fatti reali che qualcuno là fuori ha conosciuto e a cui il regista francese dona una forma che emoziona con rigore, senza scadere nell'aneddoto e lontana dalla fascinazione arty per il dolore.


Creatore dei Revenants, Robin Campillo ripiomba negli anni Novanta ma senza fare un film d'epoca. Là dove numerose riflessioni (cinematografiche) sull'epidemia si attardavano sul destino individuale, 120 battiti al mimnuto scommette sul collettivo e segna una grande opera politica che interpella le istituzioni con azioni energiche, fantasiose e simboliche. Alla bellezza dei personaggi poi corrisponde la proporzione del gesto attoriale che trova il suo leader in Sean, rimarcabilmente incarnato da Nahuel Pérez Biscayart. Galvanizzato dalla pressione dei tempi, Sean è il portatore sano, radicale ed effervescente di una 'violenza' che 'macchia' ma non fa del male. 

All'inizio degli anni Novanta i militanti di Act Up-Paris moltiplicano le azioni e le provocazioni contro l'indifferenza generale. L'indifferenza che circonda l'epidemia e i malati di AIDS. Gay, lesbiche, madri di famiglie si adoperano con dibattiti e azioni creative, non violente ma sempre spettacolari, per informare, prevenire, risvegliare le coscienze, richiamare la società alle proprie responsabilità. In seno all'associazione, creata nel 1989 sul modello di quella americana, Nathan, neofita in cerca di redenzione, incontra e innamora Sean, istrionico attivista e marcatore della progressione del virus. Tra conflitti e strategie da adottare Nathan e Sean vivono forte il tempo che resta.

 120 battiti e centotrentacinque minuti è il tempo (e il ritmo) necessario a Robin Campillo per richiamare un'epoca (gli anni Novanta) e fare esistere pienamente un gruppo, gli attivisti di Act Up-Paris accaniti e tenaci a combattere la passività dell'opinione pubblica intorno all'AIDS. Diventare sieropositivi in quegli anni equivaleva a una condanna a morte, a breve o lunga scadenza.



Per questa ragione i protagonisti di 120 battiti al minuto vivono a tutta velocità. Sono giovani, sovente troppo giovani, per la maggior parte omosessuali, e vogliono vivere e fare accelerare la ricerca, scuotere una società paralizzata dai tabù sessuali, prevenire, informare, proteggere chi non sa, fare pubblicità e diffondere l'uso del preservativo. Nathan, Sean, Sophie, Gérémie e compagni non hanno tempo da perdere e allora riversano tutta la loro energia in quella battaglia. La sera poi, vanno a ballare e fanno sesso perché il desiderio e il piacere aiutano a sentirsi vivi, a restare vivi. E una storia d'amore emerge dal gruppo allacciando l'intimità con la politica, il romanzesco con il realismo. Una storia contro il tempo che Campillo prolunga e dilata dentro le fila dell'azione collettiva, alla quale i due amanti aderiscono visceralmente.

 Avvitato intorno alla parola politica, il film invita lo spettatore ai dibatti interni dell'associazione e a partecipare alle opposizioni morali e di stile (violenza, spettacolarizzazione, grevità, gaytudine), 120 battiti al minuto lotta, urla, dibatte, lancia gavettoni di vernice rossa sui responsabili dei laboratori farmaceutici che si fanno pregare per rendere pubblico lo stato della ricerca contro il virus. Fatti reali che qualcuno là fuori ha conosciuto e a cui il regista francese dona una forma che emoziona con rigore, senza scadere nell'aneddoto e lontana dalla fascinazione arty per il dolore.

 Creatore dei Revenants, Robin Campillo ripiomba negli anni Novanta ma senza fare un film d'epoca. Là dove numerose riflessioni (cinematografiche) sull'epidemia si attardavano sul destino individuale, 120 battiti al mimnuto scommette sul collettivo e segna una grande opera politica che interpella le istituzioni con azioni energiche, fantasiose e simboliche. Alla bellezza dei personaggi poi corrisponde la proporzione del gesto attoriale che trova il suo leader in Sean, rimarcabilmente incarnato da Nahuel Pérez Biscayart. Galvanizzato dalla pressione dei tempi, Sean è il portatore sano, radicale ed effervescente di una 'violenza' che 'macchia' ma non fa del male.


La storia della nascita di Act Up, un'organizzazione di attivisti che ha richiamato l'attenzione sulle conseguenze dell'AIDS. Ispirato a una storia vera. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, ha ottenuto 1 candidatura a Spirit Awards, In Italia al Box Office 120 battiti al minuto ha incassato 188 mila euro .

giovedì 14 maggio 2020

1945 di Ferenc Török

Girato in uno splendido bianco e nero il film si articola su tre piani paralleli che costruiscono l'azione. Un film di Ferenc Török con Péter Rudolf, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki, Eszter Nagy-Kalozy. Genere Drammatico durata 91 minuti. Produzione Ungheria 2017. 

Uscita nelle sale: giovedì 3 maggio 2018 E` il 12 agosto 1945, la seconda guerra mondiale volge al termine e trascina dietro di sè i rovinosi strascichi di un orrore ancora tutto da risolvere. Giancarlo Zappoli - www.mymovies.it In un afoso giorno di agosto del 1945, mentre gli abitanti di un villaggio ungherese si preparano per il matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e l'altro più anziano.

Sotto lo sguardo vigile delle truppe di occupazione sovietiche i due scaricano dal convoglio due casse misteriose e si avviano lentamente verso il paese. Il precario equilibrio che la guerra appena terminata ha lasciato sembra ora minacciato dall'arrivo dei due ebrei. '1945' è tratto da un racconto ("Homecoming") dello scrittore ungherese Gábor T.Szántó, i cui saggi e racconti brevi sono stati tradotti in diverse lingue e inseriti nell'antologia americana Contemporary Jewish Writing in Hungary (Paperback, 2003) ma il film non ha nulla di 'letterario'.

 Girato in uno splendido bianco e nero si articola su tre piani paralleli che costruiscono l'azione. C'è la celebrazione di un matrimonio di convenienza tra il figlio del vicario, nonché droghiere del villaggio, che viene turbata dalla notizia dell'arrivo dei due misteriosi ebrei di cui osserviamo il procedere a piedi dietro il carro che porta le due casse.

 Il terzo piano è quello che viene innescato dal riemergere del rimosso. La guerra in Europa è ormai finita anche se la radio trasmette notizie sull'atomica sganciata a Nagasaki. I russi controllano la zona e hanno trovato chi collabora con loro. Lo status quo viene però turbato da una domanda che coinvolge tutti: cosa vogliono i due ebrei che dicono di avere nelle casse solo cosmetici e profumi? Nel recente passato la famiglia Pollak è stata denunciata e consegnata ai tedeschi che l'hanno portata nei campi di sterminio.

Molti si sono appropriati dei loro averi 'legalmente'. Se i nuovi arrivati fossero intenzionati a chiederne la restituzione? In un'Ungheria che vede il premier Orban stravincere le elezioni non dev'essere stato facile per Ferenc Töröc tornare ad occuparsi di un periodo storico e di azioni miserabili che si preferirebbe seppellire nell'oblio. Perché è vero che l'avversione nei confronti dei russi è palpabile ma è anche altrettanto vero che chi li detesta non ha la coscienza a posto e questo stato non risparmia né uomini né donne e neppure chi rappresenta la Chiesa. Se la madre del promesso sposo è cosciente di quanto male è stato perpetrato, altre sue coetanee si affrettano a nascondere ciò di cui si erano impadronite. Mentre i due misteriosi ebrei avanzano solo i giovani, pur tra contraddizioni irrisolte, sembrano poter guardare a ciò che accade in modo divergente.

Rispetto a quanto detto sopra si può leggere come un segno positivo il fatto che il film esca con il patrocinio del Consolato Generale di Ungheria in Milano. Potrebbe voler dire che, nonostante le attuali posizioni politiche, in quel Paese resta ancora una possibilità di rilettura priva di schemi ideologici degli eventi di un non lontanissimo passato. A differenza del polacco ''Ida'' che, trattando temi analoghi, ha trovato in patria non pochi ostacoli alla sua diffusione da parte di chi detiene il potere

mercoledì 19 novembre 2014

Paulette di Jérôme Enrico

Un film di Jérôme Enrico. Con Bernadette Lafont, Carmen Maura, Dominique Lavanant, Françoise Bertin, André Penvern; Commedia, durata 87 min. - Francia 2012 - IMDb
Dopo l’irriverente giardiniera che  coltivava piantine di marijuana nel famoso “L’erba di Grace”nella verde Cornovaglia,  lo scottante tema della droga viene trattato sui grandi schermi con una nuova divertente commedia francese, “Paulette” di Jérôme Enrico. La protagonista è una vecchia e acida signora, per di più è una razzista senza peli sulla lingua tanto da chiamare "Sbuccia banane" il marito della figlia che non ha mai perdonato di aver sposato un uomo "nero".
Non la intenerisce neanche il suo povero nipotino che le chiede "perché mi odi"?.  Una donna che la vita ha reso arida ed egoista, come succede spesso a chi vede la sua vita andare a rotoli.
Dei suoi "peccati" parla al suo confessore chiedendone il perdono senza vero pentimento: qualche Ave Maria e una piccola paternale e si ricomincia come prima.
Abita nel blocco Victor Hugo di un palazzone della periferia parigina, è vedova da dieci anni e, dopo un passato di brillante pasticcera e tanto lavoro, si trova a sopravvivere con una misera pensione, 
Paulette cerca di campare come meglio può, rovistando spesso nella spazzatura alla ricerca di qualcosa che le possa servire. Per mimetizzarsi si lega un foulard sotto il mento, indossa un ampio impermeabile e un paio occhiali da sole del suo defunto marito.
In apparenza è un’anziana qualunque: una  vedova che si arrangia come può per sopravvivere, nel pomeriggio, passa il tempo a giocare a carte con le amiche, ma che non ha peli sulla lingua tanto da non aver remore nel chiamare "Alzheimer" l'amica più vecchia.
Ogni giorno è uguale all'altro: cercare cibo tra i rifiuti, tenere, suo malgrado, il nipotino perché la figlia possa lavorare, giocare a carte; finché accade ciò che le cambierà la vita: le piove letteralmente dal cielo un pacco di haschisch. 
Così inizia la svolta. La curiosa Paulette osserva, scruta e trova un nuovo modo per fare soldi: spacciare hashish. Senza nessuna paura si presenta alla porta dell’abitazione del capobanda di quei ragazzotti che spacciano nel suo affollato quartiere e gli chiede di poter collaborare.
Superate le difficoltà e le inibizioni dell'esordio, Paulette (Bernadette Lafont) comincia a vendere hashish con una facilità e una sveltezza che conquistano presto il cuore di Vito, boss del quartiere. Paulette si trasforma così in nonna Spinello
Si avvicina con aria furtiva alla gente e si fa presto il suo giro suscitando la rabbia dei giovani pusher che si vedono rubare la loro piazza.
Il rapporto tra Paulette e i giovani pusher è un altro aspetto interessante del film. Vecchi e giovani pur accomunati da una situazione di vulnerabilità,  restano distanti e divisi fra loro. Nel film il divario è rimarcato non solo dall'aspetto, dai vestiti, ma anche dal linguaggio, a cui Paulette cerca di conformarsi. Proprio sul linguaggio il regista ha basato il casting dei personaggi più giovani. "Molte espressioni neppure molti francesi riuscirebbero a comprenderle" ha dichiarato lo stesso regista. Questa peculiarità purtroppo non può esser colta dal doppiaggio italiano, ma l'idea è certamente apprezzabile e funzionale ad accrescere il senso reciproco di isolamento, di persone che abitano la stessa città, persino lo stesso quartiere.
La vecchia non si arrende e troverà un'altra strada. E' proprio il nipote disprezzato che gli suggerirà l'idea, mescolando gli ingredienti dei pasticcini che la nonna stava preparando con la droga.
Dotata di un buon senso degli affari e di un talento come pasticcera si mette allora a sfornare torte e pasticcini alla cannabis, assicurandosi presto una clientela in costante aumento e la stima del boss di quartiere. Farà società con le sue amiche e alla fine sarà in grado di riaprire la sua pasticceria.
Il regista Jérôme Enrico riesce a proporre una vicenda, che fonde con semplicità temi piuttosto delicati: la droga, l’immigrazione e la condizione di miseria e abbandono in cui versano molti anziani.
La bellissima interpretazione di Bernadette Lafont, che ha vinto il premio come miglior attrice al Bari International Film Festival, dà vita infatti ad un personaggio “politicamente scorretto” con le sue battute sferzanti che non risparmiano nessuno. Il suo carattere infastidisce, sbalordisce e colpisce in continuazione. Alla fine ritroverà quella dolcezza che la vita le aveva spento, pur non perdendo la sua grinta. 
Il ritmo delle scene, l'ironia ben dosata rendono il film leggero e a tratti comico. Nella seconda parte il film perde, però, di mordente e si conclude in modo forse troppo semplicistico e inverosimile
Sviluppata dal regista con alcuni allievi del suo corso di sceneggiatura all'ESEC, Paulette è una commedia della crisi e della precarietà, che ruota attorno al personaggio indovinato di una vecchia burbera e incattivita, pronta a lasciarsi alle spalle qualsiasi scrupolo morale pur di non rinunciare alla propria dignità. Bernadette Lafont, che ha lavorato con Truffaut, Miller e Chabrol tra gli altri, è la scelta migliore sulla quale il regista potesse capitare

venerdì 7 novembre 2014

Still Life di Uberto Pasolini

Un film di Uberto Pasolini. Con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre, Drammatico, durata 87 min - Gran Bretagna, Italia 2013 - IMDb 7,6
John May è un funzionario comunale, il suo compito è ricercare i parenti di persone morte dimenticati da tutto e da tutti. Lui se ne fa carico. Il suo è un lavoro, ma diventa per lui una missione per  restituire ad ognuno la propria dignità almeno alla fine.
Un rossetto quasi nuovo, una collana da poco prezzo, una lettera d'auguri al proprio gatto oppure una serie di bottiglie di whisky vuote, le mutande ad asciugare sul termosifone, un album di fotografie ormai ingiallite, diventano per John May degli indizi, dei segni. Seguendo questi indizi, cercherà di ritrovare familiari o, in mancanza di questi, se ne servirà per ricostruire una storia che possa appartenere al defunto.
Se non trova nessuno, organizza, lui stesso il suo funerale: scrive discorsi celebrativi, cerca la musica appropriata all'orientamento religioso del defunto, presenzia ai funerali. In un album dove raccoglie le fotografie che ritrova nelle case in cui sono vissuti, un modo perché il loro ricordo non scompaia del tutto e per sempre
Fuori dal lavoro però la vita di John May è monotona, ripetitiva: anche lui non ha famiglia e non ha amici, mangia sempre la stessa scatoletta di tonno, indossa sempre gli stessi vestiti, percorre sempre lo stesso tragitto.
E'un uomo ordinato e meticoloso, segue abitudini consolidate nel tempo, svolge il suo lavoro con devozione e amore, ma non tutti sono d'accordo con lui: i tempi che impiega sono troppo lunghi, la scelta delle sepolture troppo dispendiose: la cremazione è molto più economica ed efficace. Quindi viene licenziato. 

E' un duro colpo per lui, ma non si rassegna e chiede al suo superiore di concedergli pochi giorni per chiudere una 'pratica' che gli sta a cuore: l'ultimo defunto è di Billy Stoke, un vecchio alcolizzato che aveva  però avuto conosciuto un passato felice. Indaga e incontra diverse persone che l'hanno conosciuto e arriva a conoscere sua figlia, Kelly, perduta per orgoglio molti anni prima, ma di cui conserva un ricco album di fotografie. Lasciata Londra John incontra la giovane donna con cui nasce una bella amicizia e complicità.
Un’opera profonda e toccante che racconta una storia drammatica con mano leggera e toni poetici. Il premio alla regia ricevuto a Venezia nella sezione Orizzonti è solo una delle conferme di questa qualità del film firmato da Uberto Pasolini, italiano di nascita ed inglese di adozione.
Still Life è una lenta e riflessiva elegia sulla vita e sulla morte, che attraverso il ritratto di un uomo mette a nudo l'insensibilità di un mondo che non ha posto per i "perdenti".  
Nell’atmosfera grigia  del sud di Londra, si muove il bravissimo Eddie Marsan che offre un'interpretazione straordinaria, sotto le righe, quasi straniante, lo sguardo perso, i suoi lunghi silenzi, la sua vita sempre uguale, ma non per questo senza senso. 
Pasolini si concentra sulla storia di questo piccolo grande uomo, ne delinea la sua psicologia all’apparenza indecifrabile. Ci spinge ad  osservarlo e lo sguardo del regista è  uno sguardo tanto contemplativo quanto empatico. Still Life, è un film  ricco di umanità che vuole con discrezione – e senza nessuna presunzione – offrire una  rappresentazione della vita da un'angolatura particolare che spesso ci sfugge.
Con questa sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l'importanza di condividere la propria vita.
"Ho scritto la sceneggiatura per lui. - dice il regista - Avevo lavorato con Eddie circa 12 anni fa nel film I vestiti nuovi dell’imperatore in cui aveva 3 scene e 6 battute. Nonostante il poco materiale è riuscito a dare un grande spessore alla sua figura. Marsan ha una grande umanità legata ad un talento e una tecnica magnifici; si è lasciato guidare dalla sceneggiatura e quando eravamo sul set abbiamo lavorato sul dettaglio e sulle sfumature. Eddie in Still life riesce a comunicare emotivamente “scomparendo” – l’attore ha svolto un grandissimo lavoro di sottrazione n.d.r.. Inoltre Eddie ha una grandissima generosità nei confronti della storia e della scena, non pensa mai a mettersi in mostra ma solo a migliorare il risultato del film. Io che lavoro nel cinema da 30 anni posso dire che questa generosità verso il materiale e verso la troupe è una vera rarità.
Questa pellicola – ambientata a Londra a firma di un regista italiano – è una vera e propria lirica, Un’opera meditativa.

"La traduzione dell'espressione inglese Still Life in italiano è natura morta - spiega il regista Uberto Pasolini (nessuna parentela con Pier Paolo), premiato alla Mostra del cinema di Venezia per la regia nella sezione Orizzonti - ma il mio film non è sulla morte, è sulla vita. Preferisco altre interpretazioni del titolo: una vita ferma, che non si muove, sempre uguale come è quella del mio protagonista all'inizio del film, ma si può tradurre anche con "una vita per immagini" oppure "ancora in vita" che poi è il senso profondo del film. Ogni vita va valorizzata per quello che è".

"L'idea per il film è nata dalla lettura di un'intervista su un quotidiano inglese a uno di questi funzionari comunali - dice Pasolini - e mi è venuta la curiosità di capire di più del loro lavoro. Per sei mesi li ho affiancati nelle loro mansioni, sono stato con loro nelle case dei defunti, ho presenziato alla cremazione o ai funerali di tante persone dove spesso io ero l'unico, a parte l'officiante, perché talvolta neppure i funzionari che hanno organizzato il funerale posso essere presenti, per i loro impegni di lavoro. Quasi tutto quello che si vede nel film l'ho tratto dalla realtà, la signora che scriveva i biglietti di auguri al proprio gatto è stata la mia prima visita".
Uberto Pasolini è un ex banchiere che ha scelto il mondo del cinema, da trent'anni lavora nella produzione inglese, ha alle spalle un successo come "Full Monty", ad oggi il film inglese di maggior successo al botteghino del Regno Unito. Da regista ha già firmato Machan, storia vera di un gruppo di cingalesi che si fingono la nazionale di palla a mano dello Sri Lanka per emigrare in Europa. "Il cinema per me è una scusa per conoscere situazioni sociali diverse dalle mie", spiega. "Con questo film mi interessava raccontare la condizione di isolamento in cui viviamo sempre più nelle grandi città sia anziani che giovani. Prima di girare il film io non conoscevo i miei vicini di casa, ora li conosco e li frequento. Posso dire che "Still Life" una cosa l'ha ottenuta, io che sono un solitario, ossessivo e considerato da gli altri glaciale, sono un po' cambiato". 
"Still life, con la sua tematica della solitudine, è diventato anche un modo per interrogare me stesso e capire che rapporto ho io con i miei familiari e conoscenti. L’ho sentito molto anche a livello personale e infatti durante le riprese mi sono spesso commosso".

John May è un poeta della vita, non ne scrive, ma ogni cosa che fa ogni suo gesto è poesia, egli sa ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto. Interpretato con lirica sospensione da Eddie Marsan, John May ricopre una funzione sociale rilevante che eleva lo spirito nel momento in cui accoglie e custodisce e che ci sprona a vivere con responsabilità civile il nostro ruolo nella società.

lunedì 20 ottobre 2014

The van (Due sulla strada) di Stephen Frears

Un film di Stephen Frears. Con Colm Meaney, Ger Ryan, Donald O'Kelly Titolo originale The Van. Commedia, durata 107' min. - Gran Bretagna 1996. IMDb 6,8
Con quest'ultimo adattamento di Frears si completa al cinema The Barrytown trilogy di Roddy Doyle. Dopo The Commitments (di Alan Parker, del '91) e The Snapper (dello stesso Frears, del '93), con The Van ritorniamo per l'ultima volta - così ha dichiarato Doyle - a Barrytown, immaginario sobborgo settentrionale di Dublino, un quartiere povero della periferia in cui Doyle ha vissuto e insegnato (inglese e geografia) per diversi anni. 
Saper raccontare è una qualità che non manca a Stephen Frears. La sua bravura è evidente anche in Tminimalista che parla di piccoli avvenimenti quotidiani di due quarantenni irlandesi: Bimbo e Larry.
In the van Frears riesce a tratteggiare efficacemente i due protagonisti e a descrivere l’evoluzione della loro amicizia. E ' una storia 
Tanti momenti di vita quotidiana che si susseguono durante tutto il film: momenti in famiglia di tenerezza e litigi; sbronze di birra nei pub;  partite alle tv guardate in compagnia e i lavori di sistemazione del furgone. Intorno a loro i bambini che giocano per le strade e seguono festosi la prima uscita del furgone; gli ubriachi che lo assaltano non sapendo come sfogare altrimenti la loro insoddisfazione; il pannolino fritto al posto di un trancio di merluzzo. 
Bimbo e Larry, sposati con figli, si ritrovano entrambi disoccupati e decidono di diventare soci, vendendo “fish&chips” e burger di vario tipo. Come locale di vendita allestiscono un furgone scassatissimo, senza portiera, con il quale. L'allegria e i momenti di umorismo si mescolano al dramma, come in alcuni film di Ken Loach, con cui Frears ha in comune l'intento di raccontare storie di vita comuni. 
Siamo nel periodo post-thatcheriana: il mondo non è cambiato, le fabbriche licenziano e  gli uomini trovano rifugio nei pub, bevono la birra e seguono con passione il calcio. Siamo nel periodo tra il 1989 e il 1990, con le partite della nazionale di calcio irlandese ai mondiali a fare da sfondo: è proprio grazie ai tanti tifosi che escono dal pub vicino che Bimbo e Larry iniziano a fare affari. Larry, però, è maldestro e poco affabile con i clienti, i suoi due figli chiamati a servire non sono di molto aiuto e il rapporto con Bimbo sembra rovinarsi per le tensioni e i litigi frequenti. 
Ma l'esperienza non durerà a lungo, l'impresa fallirà e il furgone verrà abbandonato sulla melma della bassa marea.
I diversi modi di affrontare l'esperienza dei due protagonisti - quella vitalistica ma improduttiva di Larry, quella nevrotica ma a suo modo efficiente di Bimbo - non hanno vie d'uscita; La realtà è sempre più forte e travolge ogni speranza di riscatto. La vita, però continua, nonostante tutto perché non manca mai chi resiste e si dà fare. Il film però scivola via, non si ferma in modo particolare su nulla: ci lascia intravedere la realtà  
Questo scontro continuo con un mondo e una legge che non si vedono, rientra indubbiamente fra le cose del mondo che non piacciono a Frears, ma egli si limita a osservarle di lontano
Bravi gli attori che interpretano personaggi credibili e veri, mai banali.
Un cinema dalla parte della gente comune e rivolto alla gente comune. Un cinema umanista, a cui bastano pochi dettagli ben distribuiti nelle parti giuste – Larry e la figlia che cantano insieme nel furgone, Fortemente connotata in termini nazionali, è una commedia ricca di personaggi vivaci e di trovate divertenti che non nascondono l'amarezza di una realtà sociale disagiata sulla quale incombe il problema della disoccupazione.
A Frears non interessa tanto la lettura politica di una situazione che critica quanto il risvolto umano che può nascere da questa situazione di bisogno
Due sulla strada è più divertente e vivace nella prima parte, con la musica martellante di Eric Clapton, verso la fine perde un po’ di mordente ma non la simpatia.